| |
|
domenica, 30 marzo 2008

C'era una volta un asino di una contadina. Un
giorno l'asino cadde in un pozzo. Il povero
animale pianse ininterrottamente per ore. La
contadina affranta dai lamenti dell'asino voleva
tirarlo fuori. Ma dopo inutili sforzi e tentativi,
pensò di lasciar perdere: l'animale era vecchio
e il pozzo secco. Decise, quindi, di lasciare
l'asino sottoterra e di chiudere il pozzo ormai
privo di acqua. Chiese, così, aiuto agli altri
contadini del villaggio per ricoprire di terra il
pozzo. Il povero asino imprigionato, al rumore
delle palate e alle zolle di terra che gli
piovevano dal cielo capì le intenzioni degli
esseri umani e scoppiò in un pianto irrefrenabile.
Ma all'improvviso smise di piangere suscitando
lo stupore di tutti. Passarono le ore, le zolle
di terra venivano buttate velocemente fin quasi
a ricoprire il pozzo interamente. Finalmente la
contadina ebbe il coraggio di guardare in fondo
al pozzo e rimase sorpresa per quello che vide.
L'asino era ancora lì: utilizzava ogni palata
di terra che riceveva sulla testa come un gradino,
la scrollava di dosso e la lasciava alle sue spalle.
Man mano che i contadini gli gettavano le zolle di
terra, saliva sempre di più e si avvicinava al
bordo del pozzo. Zolla dopo zolla, gradino dopo
gradino l'asino riuscì ad uscire dal pozzo con
un grande balzo. Cominciò così a trottare felice.
Con le pale in mano i contadini rimasero a guardare
lo spettacolo ed erano talmente allibiti che non
erano capaci di dire nulla.
La vita ci butta terra di tutti i tipi e ci affonda in
pozzi neri e profondi. Il segreto per uscire più forti
dal pozzo e' scuotersi la terra di dosso e fare un
passo verso l'alto. Ognuno dei nostri problemi si
trasformerà in un gradino che ci condurrà verso
l'alto. Nei momenti più duri e tristi possiamo
risollevarci lasciando alle nostre spalle i problemi
più grandi , anche se nessuno ci da' una mano per
aiutarci.
sussurrato da: FIABA2006 alle ore 20:13

domenica, 02 marzo 2008

(nella foto TOPINO un micio con gli "stivali")
Il Gatto con gli stivali
C'era una volta un vecchio mugnaio con tre figli, un asino, un gatto soriano e nemmeno un becco d'un quattrino.
Vecchiaia e fatiche avevano logorato il corpo e la mente del mugnaio, tanto è vero che, giunto alla fine dei suoi giorni, divise i suoi averi tra i figlioli: - Al primo Arduino, lascio il mulino; al secondo, Alvaro, il somaro; e per te, Germano, non ho che il gatto.-
Arduino ed Alvaro erano felici: - Io con il mio mulino e tu con il tuo somaro faremo società con servizio di consegna del macinato al domicilio dei clienti. Ci arricchiremo in pochi anni! -
Rimasto solo, Germano, diede un'occhiata al gatto e si grattò la testa: - Io - gli disse - lo so che sei un buon gatto e ti voglio bene. Ma se davvero sei furbo come dicono, taglia subito la corda e lasciami solo con la mia miseria. Con quel che so fare io posso garantirti soltanto tre cose: freddo d'inverno, caldo d'estate e fame tutto l'anno. -
Il gatto che fino a quel momento non aveva mai detto una parola a nessuno, gli strizzò l'occhio e cominciò a parlare: - Tu caro mio, devi solo fare due cose, procurarmi un paio di stivali ed affidarti al mio ingegno; altro che fame! Fra tre mesi saremo a Corte! -
Il giovanotto, tutt'altro che convinto, fece spallucce e gli diede una lisciatina sulla groppa: - E bravo gatto! - esclamò - Allora sai anche parlare!
- Il bisogno aguzza l'ingegno e scioglie la lingua anche ai gatti - rispose la bestiola.
Faceva abbastanza caldo e Germano, senza ribattere parola, portò il suo mantello di panno al monte di pietà e col ricavato comprò gli stivali al gatto e si sdraiò all'ombra, con le dita intrecciate dietro la nuca ad aspettare gli eventi.
Il gatto, grande cacciatore, si mise subito al lavoro e meno di un'ora dopo stringeva tra le grinfie un bel leprone.
Senza perdere tempo, con il suo leprone in sacco, andò alla Reggia e si presentò al Re.
Si prosternò ai piedi del trono e tirò fuori la lepre gridando: - Ecco Maestà: mi invia il mio signore e padrone, il Marchese di Carabas, con questo piccolo omaggio destinato al reale salmì...-
Al Re che era un buon gustaio, non parve vero accettare il dono; ma chi era quel simpatico Marchese, mai sentito nominare? Boh! Anche sua figlia, la principessa Isabella era rimasta bene impressionata dalle parole del gatto.
Il quale intanto, era già fuori a procurare un po' di cena per sé e per il padrone.
E la mattina dopo, all'ora giusta, eccolo di nuovo a Corte, stavolta con quattro favolosi fagiani dorati: - Ti porto, o Sire, un modesto omaggio del mio signore e padrone, il Marchese di Carabas, per i reali arrosti.
E il Re, a sfogliare il libro della Nobiltà nella vana ricerca di quello sconosciuto Marchese.
E la bella Isabella, a sognare a occhi aperti un possibile matrimonio con un così generoso e sollecito suddito.
Insomma, per farla corta, tutte le mattine per più di un mese, si ripeté a Corte la medesima scena del gatto con gli stivali latore di gustosissimi messaggi da parte del Marchese di Carabas, suo signore e padrone.
Venne luglio, gran calura e grano maturo nei campi.
Una mattina il gatto sapendo che il Re sarebbe uscito con la figlia per fare un giro rinfrescante sulla carrozza dorata, svegliò presto il padrone che dormiva sotto un pino e , tutto eccitato, gli gridò: - Presto, presto, padroncino, spogliatevi dei vostri stracci e immergetevi nel l'aghetto tra poco passerà di qui la carrozza reale!
- Ma io non so nuotare!- ribatté Germano allibito.
- E via! - rispose il Gatto - Sapete bene che nel laghetto non c'è più di mezzo metro di acqua. Anzi dovete starvene seduto tenendo fuori solo la testa, perché nella vettura c'è anche la principessa Isabella.
Poi corse incontro alla carrozza Reale e cominciò a gemere, a sbracciarsi, a chiedere aiuto: - Vi prego, Maestà, fate soccorrere il Marchese di Carabas, mio signore e padrone!... Alcuni malviventi lo hanno spogliato dei preziosi abiti e lo hanno buttato ad annegare nel lago.
Il Re figurarsi, mandò subito paggi, coppieri, maggiordomi, ciambellani, consiglieri e tutta la cianfrusaglia del suo seguito al soccorso del suddito più generoso e nobile del regno, mentre due corrieri a cavallo, partivano verso la Reggia per prendere dal guardaroba reale il più sontuoso abito che potessero trovare.
Isabella stava per svenire; ma quando le portarono dinanzi il pseudo Marchese tutto in ghingheri negli abiti reali, vedendolo così giovane, ben fatto e bello, se ne innamorò in un battibaleno e giurò a se stessa che ne avrebbe fatto il suo sposo.
Il giovane salvato dalle acque, ringraziò Sua Maestà, rese omaggio alla regale figlia e prese posto nella carrozza dorata che proseguì il viaggio.
Ma il gatto con gli stivali già la precedeva da parecchio.
E lungo la strada ogni volta che incontrava dei contadini al lavoro nei campi, gridava loro, con voce insinuante: - Ehi buona gente, tra poco passerà la carrozza del Re; se vi domanderanno di chi è questa terra rispondete che è del Marchese di Carabas ... Non avrete da pentirvene... -
E infatti, arrivata la carrozza, il Re si affacciava a chiedere: - Ma di chi è questa bella terra! - e i contadini, con un inchino: - E' del Marchese di Carabas, Sire.
E il gatto avanti. Finalmente la bestiola arrivò al castello dell'Orco Ezechiele che era anche il padrone delle terre intorno, e chiese d'essere ricevuto.
Eccolo dunque dinanzi all'Orco.
Gran riverenza, destinato a solleticare la vanità del mostro.
Infine l'ingenua domanda: - Ma è proprio vero Signor Orco, che lei è capace di trasformarsi in qualsiasi animale vivente?... C'è chi dice di si e chi dice di no. -
L'Orco sbottò in una gran risata: - Vorrei proprio vedere chi dice di no! Guarda! - e dinanzi al misero gatto, mezzo morto di paura, ecco ergersi al posto dell'Orco un enorme leone.
- Ba... Ba... basta! - gemé il Gatto - Son più che convinto e vedo benissimo che un orco grosso come lei può trasformarsi in un leone altrettanto grosso. Ma non avrebbe, nel suo catalogo di trasformazioni, qualcosa su scala ridotta? Sarebbe, per esempio, capace di diventare un piccolo topo di campagna?..
Altra sonora risata dell'Orcaccio ed ecco sulla gran poltrona saltellare un topino.
Il gatto che non aspettava altro, gli fu addosso in un lampo e ... se lo divorò in due bocconi.
Poi la nostra furbissima bestiola si volse a tutta la servitù con occhi dolci: - Tra poco - gridò - giungerà al castello la vettura dorata con il Re e il vostro nuovo padrone. Voglio che sian ricevuti con tutti gli onori e con un gran pranzo di gala.
Insomma: quello stesso giorno furono anche decise le nozze tra Germano e Isabella.
E il gatto? Oh, per se non volle quasi niente! Si tolse per sempre gli scomodi stivaloni, non rivolse mai più la parola a nessuno e tornò al suo mestiere di gatto di buona famiglia.
C'era una volta un vecchio mugnaio con tre figli, un asino, un gatto soriano e nemmeno un becco d'un quattrino.
Vecchiaia e fatiche avevano logorato il corpo e la mente del mugnaio, tanto è vero che, giunto alla fine dei suoi giorni, divise i suoi averi tra i figlioli: - Al primo Arduino, lascio il mulino; al secondo, Alvaro, il somaro; e per te, Germano, non ho che il gatto.-
Arduino ed Alvaro erano felici: - Io con il mio mulino e tu con il tuo somaro faremo società con servizio di consegna del macinato al domicilio dei clienti. Ci arricchiremo in pochi anni! -
Rimasto solo, Germano, diede un'occhiata al gatto e si grattò la testa: - Io - gli disse - lo so che sei un buon gatto e ti voglio bene. Ma se davvero sei furbo come dicono, taglia subito la corda e lasciami solo con la mia miseria. Con quel che so fare io posso garantirti soltanto tre cose: freddo d'inverno, caldo d'estate e fame tutto l'anno. -
Il gatto che fino a quel momento non aveva mai detto una parola a nessuno, gli strizzò l'occhio e cominciò a parlare: - Tu caro mio, devi solo fare due cose, procurarmi un paio di stivali ed affidarti al mio ingegno; altro che fame! Fra tre mesi saremo a Corte! -
Il giovanotto, tutt'altro che convinto, fece spallucce e gli diede una lisciatina sulla groppa: - E bravo gatto! - esclamò - Allora sai anche parlare!
- Il bisogno aguzza l'ingegno e scioglie la lingua anche ai gatti - rispose la bestiola.
Faceva abbastanza caldo e Germano, senza ribattere parola, portò il suo mantello di panno al monte di pietà e col ricavato comprò gli stivali al gatto e si sdraiò all'ombra, con le dita intrecciate dietro la nuca ad aspettare gli eventi.
Il gatto, grande cacciatore, si mise subito al lavoro e meno di un'ora dopo stringeva tra le grinfie un bel leprone.
Senza perdere tempo, con il suo leprone in sacco, andò alla Reggia e si presentò al Re.
Si prosternò ai piedi del trono e tirò fuori la lepre gridando: - Ecco Maestà: mi invia il mio signore e padrone, il Marchese di Carabas, con questo piccolo omaggio destinato al reale salmì...-
Al Re che era un buon gustaio, non parve vero accettare il dono; ma chi era quel simpatico Marchese, mai sentito nominare? Boh! Anche sua figlia, la principessa Isabella era rimasta bene impressionata dalle parole del gatto.
Il quale intanto, era già fuori a procurare un po' di cena per sé e per il padrone.
E la mattina dopo, all'ora giusta, eccolo di nuovo a Corte, stavolta con quattro favolosi fagiani dorati: - Ti porto, o Sire, un modesto omaggio del mio signore e padrone, il Marchese di Carabas, per i reali arrosti.
E il Re, a sfogliare il libro della Nobiltà nella vana ricerca di quello sconosciuto Marchese.
E la bella Isabella, a sognare a occhi aperti un possibile matrimonio con un così generoso e sollecito suddito.
Insomma, per farla corta, tutte le mattine per più di un mese, si ripeté a Corte la medesima scena del gatto con gli stivali latore di gustosissimi messaggi da parte del Marchese di Carabas, suo signore e padrone.
Venne luglio, gran calura e grano maturo nei campi.
Una mattina il gatto sapendo che il Re sarebbe uscito con la figlia per fare un giro rinfrescante sulla carrozza dorata, svegliò presto il padrone che dormiva sotto un pino e , tutto eccitato, gli gridò: - Presto, presto, padroncino, spogliatevi dei vostri stracci e immergetevi nel l'aghetto tra poco passerà di qui la carrozza reale!
- Ma io non so nuotare!- ribatté Germano allibito.
- E via! - rispose il Gatto - Sapete bene che nel laghetto non c'è più di mezzo metro di acqua. Anzi dovete starvene seduto tenendo fuori solo la testa, perché nella vettura c'è anche la principessa Isabella.
Poi corse incontro alla carrozza Reale e cominciò a gemere, a sbracciarsi, a chiedere aiuto: - Vi prego, Maestà, fate soccorrere il Marchese di Carabas, mio signore e padrone!... Alcuni malviventi lo hanno spogliato dei preziosi abiti e lo hanno buttato ad annegare nel lago.
Il Re figurarsi, mandò subito paggi, coppieri, maggiordomi, ciambellani, consiglieri e tutta la cianfrusaglia del suo seguito al soccorso del suddito più generoso e nobile del regno, mentre due corrieri a cavallo, partivano verso la Reggia per prendere dal guardaroba reale il più sontuoso abito che potessero trovare.
Isabella stava per svenire; ma quando le portarono dinanzi il pseudo Marchese tutto in ghingheri negli abiti reali, vedendolo così giovane, ben fatto e bello, se ne innamorò in un battibaleno e giurò a se stessa che ne avrebbe fatto il suo sposo.
Il giovane salvato dalle acque, ringraziò Sua Maestà, rese omaggio alla regale figlia e prese posto nella carrozza dorata che proseguì il viaggio.
Ma il gatto con gli stivali già la precedeva da parecchio.
E lungo la strada ogni volta che incontrava dei contadini al lavoro nei campi, gridava loro, con voce insinuante: - Ehi buona gente, tra poco passerà la carrozza del Re; se vi domanderanno di chi è questa terra rispondete che è del Marchese di Carabas ... Non avrete da pentirvene... -
E infatti, arrivata la carrozza, il Re si affacciava a chiedere: - Ma di chi è questa bella terra! - e i contadini, con un inchino: - E' del Marchese di Carabas, Sire.
E il gatto avanti. Finalmente la bestiola arrivò al castello dell'Orco Ezechiele che era anche il padrone delle terre intorno, e chiese d'essere ricevuto.
Eccolo dunque dinanzi all'Orco.
Gran riverenza, destinato a solleticare la vanità del mostro.
Infine l'ingenua domanda: - Ma è proprio vero Signor Orco, che lei è capace di trasformarsi in qualsiasi animale vivente?... C'è chi dice di si e chi dice di no. -
L'Orco sbottò in una gran risata: - Vorrei proprio vedere chi dice di no! Guarda! - e dinanzi al misero gatto, mezzo morto di paura, ecco ergersi al posto dell'Orco un enorme leone.
- Ba... Ba... basta! - gemé il Gatto - Son più che convinto e vedo benissimo che un orco grosso come lei può trasformarsi in un leone altrettanto grosso. Ma non avrebbe, nel suo catalogo di trasformazioni, qualcosa su scala ridotta? Sarebbe, per esempio, capace di diventare un piccolo topo di campagna?..
Altra sonora risata dell'Orcaccio ed ecco sulla gran poltrona saltellare un topino.
Il gatto che non aspettava altro, gli fu addosso in un lampo e ... se lo divorò in due bocconi.
Poi la nostra furbissima bestiola si volse a tutta la servitù con occhi dolci: - Tra poco - gridò - giungerà al castello la vettura dorata con il Re e il vostro nuovo padrone. Voglio che sian ricevuti con tutti gli onori e con un gran pranzo di gala.
Insomma: quello stesso giorno furono anche decise le nozze tra Germano e Isabella.
E il gatto? Oh, per se non volle quasi niente! Si tolse per sempre gli scomodi stivaloni, non rivolse mai più la parola a nessuno e tornò al suo mestiere di gatto di buona famiglia.
sussurrato da: FIABA2006 alle ore 08:21

mercoledì, 09 gennaio 2008

Fiabe Andersen
La pricipessa sul pisello
C'era una volta un principe che voleva sposare una principessa, ma ella doveva essere una principessa vera, una fanciulla di sangue blu.
Perciò se ne andò in giro per il mondo cercando la giovinetta dei suoi sogni.
Di fanciulle che affermavano di essere vere principesse egli ne trovò moltissime, ma al momento di sposarsi il principe era assalito da un dubbio: " Sarà proprio una principessa di sangue blu, oppure no? ".
Qualcosa, infatti, nel loro modo o nel loro portamento era poco reale e non convinceva del tutto il principe.
Egli quindi non si decideva a sceglierne alcuna e, infine, dopo tanto vagare per il mondo, se ne tornò al suo castello, deluso per non aver trovato ciò che desiderava.
Una sera si scatenò un temporale: i lampi si incrociavano, il tuono brontolava, cadeva una pioggia torrenziale: non si era mai vista una bufera così!.
Qualcuno bussò alla porta del castello, e il vecchio re si affrettò ad aprire.
Era una principessa.
Ma come l'avevano ridotta la pioggia e il temporale!
L'acqua cadeva a rivoli dai suoi capelli e dai suoi vestiti, e le entrava nelle scarpe, uscendone dalla suola.
Tuttavia ella si presentò affermando di essere una vera principessa.
"E' ciò che sapremo presto " pensò la vecchia regina, e senza dire nulla a nessuno entrò in una camera e mise un pisello nel letto che era in mezzo alla stanza.
Quindi prese venti materassi, li stese uno sopra l'altro sul pisello, e vi aggiunse ancora venti piumini.
Era quello il letto destinato alla principessa sconosciuta.
La principessa venne accompagnata nella camera che le era stata destinata, e si coricò.
Ma, per quanto fosse sfinita dalla stanchezza, non riusciva assolutamente ad addormentarsi.
Da qualunque parte si girasse, sentiva sempre qualcosa di duro che le dava fastidio.
L'indomani mattina, il re la regina e il principe bussarono alla sua porta, le diedero il buon giorno e le chiesero come avesse passato la notte.
- Male! Molto male! - ella rispose - Non ho potuto chiudere occhio! Dio solo sa quello che c'era nel letto! Era qualcosa che mi ha fatto venire la pelle livida. Che supplizio ho dovuto sopportare per tutta la notte! Ho provato a guardare fra le lenzuola. Ma non ho trovato nulla.
Il re, la regina e il giovane principe si diedero uno sguardo d'intesa: dalla risposta della fanciulla essi avevano capito che si trattava di una vera principessa!
Ella aveva infatti sentito un pisello attraverso venti materassi e venti piumini.
Chi mai, se non una vera principessa, una principessa di sangue blu poteva avere una pelle così delicata e sensibile?
Il principe, convinto ormai che si trattava di una giovane di sangue reale, la scelse subito come sposa.
Il pisello fu messo nel museo, dove credo si trovi ancora, a meno che qualche persona non lo abbia portato via.
Ecco, vi ho raccontato una storia vera, vera come la bella principessa.
fiabe di Hans Christian Andersen
sussurrato da: FIABA2006 alle ore 16:05

mercoledì, 05 dicembre 2007
La Befana
Guido Gozzano
Discesi dal lettino
son là presso il camino,
grandi occhi estasiati,
i bimbi affaccendati
a metter la scarpetta
che invita la Vecchietta
a portar chicche e doni
per tutti i bimbi buoni.
Ognun, chiudendo gli occhi,
sogna dolci e balocchi;
e Dori, il più piccino,
accosta il suo visino
alla grande vetrata,
per veder la sfilata
dei Magi, su nel cielo,
nella notte di gelo.
Quelli passano intanto
nel lor gemmato manto,
e li guida una stella
nel cielo, la più bella.
Che visione incantata
nella notte stellata!
E la vedono i bimbi,
come vedono i nimbi
degli angeli festanti
ne' lor candidi ammanti.
Bambini! Gioia e vita
son la vision sentita
nel loro piccolo cuore
ignaro del dolore.

Bambini,
Babbo Natale esiste
ed esiste la Befana.
Esistono i tre porcellini
e la fata Morgana
Metti un dente sotto il bicchiere,
il giorno dopo c'è un soldino.
Peter Pan combatte ancora
contro Capitan Uncino.
Ci sono boschi pieni di
folletti e di orsi pasticcioni.
Esistono i giganti,
i draghi, Artù e Merlino.
E se segui quelle briciole
puoi incontrare Pollicino.
Ma anche l'Orco sai esiste,
te lo giuro su me stesso.
Ti dirà:
"C'era una volta",
Stai attento..., c'è anche adesso.
Giorgio Panariello

Le splendide immagini sono state prelevate su.http://www.myhouseonweb.eu/Natale/AspettandoNatale.htm
sussurrato da: FIABA2006 alle ore 16:59

sabato, 03 novembre 2007

C’erano una volta un vecchio uomo e una vecchia donna,senza figli. Erano molto tristi per questo e ogni giorno pregavano Dio di dare loro un bambino. "Andra' bene anche se sara' minuscolo, alto come un pollice".E infatti un giorno trovarono davanti alla porta di casa una piccolissima culla con dentro un neonato piccino piccino. "Lo chiameremo Pollicino", disse la donna. I genitori erano molto felici, perche' volevano tanto avere un figlio.Pollicino comincio' a parlare, ad andare a scuola e ad aiutare il padre in negozio (contava i soldi nel cassetto), ma non cresceva di statura. Mangiava, mangiava ma non si alzava. Gentile e generose, Pollicino aveva un grande dono: sapeva cantare benissimo. Quando compi' 18 anni decise di andare in citta' in cerca di fortuna. Si trovo' subito a fronteggiare un grande pericolo. Cosi' piccolo com'era, rischiava di essere pestato dalla gente che camminava. Imparo' allora a passare tra le scarpe dei passanti. Lungo la strada, aveva incontrato un uomo gentile che gli aveva suggerito di farsi presentare al direttore del teatro. Quando arrivo' nel grande palazzo, venne visto dalla figlia del responsabile del teatro, che lo volle tenere con se'. La aiutava a leggere, voltando le pagine, cantava per lei, la faceva ridere e la seguiva ovunque, nascosto nei guanti. Un giorno la ragazza venne aggredita. Un bandito la voleva uccidere e derubare. Pollicino e Serena, questo era il nome della giovane, scapparono nel bosco. Naturalmente si persero e quando arrivo' la notte erano ancora in cammino. Arrivarono davanti a una casa molto bella, ma piccolissima. Pollicino ando' a bussare alla porta e gli basto' un'occhiata per capire che la donna che gli aveva aperto, era in realta' la sua vera madre. Dopo alcuni momenti di commozione, la donnina rivelo' a figlio che se voleva poteva crescere. Bastava bere una pozione magica. Pollicino, che amava Serena, la bevve. Usci' di casa velocemente e divento' alto, alto, quasi un metro e ottanta! Un mago cattivo lo aveva rapito dalla casa della madre,appena nato, ma le aveva lasciato il filtro magico. Pollicino e Serena si sposarono e vissero felici e contenti.
sussurrato da: FIABA2006 alle ore 13:13

mercoledì, 24 ottobre 2007

LA LEGGENDA DI HALLOWEEN: JACK O' LANTERN
Un'altra è la leggenda che racconta la nascita del mito della zucca intagliata e risale alla notte dei tempi, a quando, cioè, non era poi così difficile trovarsi a fare una bevuta col Diavolo e gli uomini erano abbastanza furbi da riuscire a ingannare anche Satana in persona.
Narra la storia che, tanti e tanti anni fa, viveva in Irlanda un vecchio fabbro di nome Jack, ubriacone e taccagno, e che costui, la notte di Halloween, aveva incontrato per caso in un pub il Diavolo, venuto per reclamare la sua anima. Il vecchio stava per cadere nelle mani di Satana, quando, con uno stratagemma, riuscì ad imbrogliarlo facendogli credere che gli avrebbe dato la sua anima in cambio, però, di un'ultima bevuta. Il Diavolo, così, si trasformò in una monetina da sei pence per pagare l'oste e Jack fu abbastanza veloce da riuscire ad intascarsela. Poiché, poi, possedeva anche una croce d'argento, il Diavolo non riuscì più a tornare alla sua forma originaria. Jack, allora, stipulò un nuovo patto col Diavolo: lo avrebbe lasciato andare purché questi, per almeno 10 anni, non fosse tornato a reclamare la sua anima. Satana accettò.
Dieci anni dopo, Jack e il Diavolo si incontrarono di nuovo e Jack, sempre con uno stratagemma, riuscì a sottrarsi al potere del Principe delle Tenebre e a fargli promettere che non lo avrebbe cercato mai più. Il Diavolo, che si trovava in una situazione difficile, non poté far altro che accettare.
Quando Jack morì, a causa della sua vita dissoluta, non fu ammesso al Regno dei Cieli e fu costretto a bussare alle Porte dell'Inferno; il Diavolo, però, che aveva promesso che non lo avrebbe cercato, lo rispedì indietro tirandogli addosso un tizzone infernale ardente. Jack se ne servì per ritrovare la strada giusta e, affinché non si spegnesse col vento, lo mise sotto la rapa che stava mangiando.
Si dice che da allora Jack vaghi con il suo lumino in attesa del giorno del Giudizio (da qui il nome JACK O' LANTERN, Jack e la sua Lanterna) e sia il simbolo delle anime dannate ed errabonde.
Quando gli Irlandesi, in seguito alla carestia del 1845, abbandonarono il loro Paese e si diressero in America, portarono con sé questa leggenda e, poiché le rape non sono in America così diffuse come in Irlanda, le sostituirono con le più comuni zucche.
Da allora, la zucca intagliata con la faccia del vecchio fabbro e il lumino all'interno, è il simbolo più famoso di Halloween.
sussurrato da: FIABA2006 alle ore 15:55

martedì, 11 settembre 2007

La cicala e le formiche
Favola di esopo
In inverno, essendosi bagnati i chicchi di grano, le formiche li esposero all'aria; una cicala invece che aveva fame chiedeva loro del cibo.
E le formiche le dissero:
"Perché durante l'estate non hai raccolto del cibo?".
E quella disse:
"Non sono stata in ozio, ma ho cantato armoniosamente".
E quelle mettendosi a ridere dissero: "Ebbene, se nelle giornate d'estate hai cantato, d'inverno balla".
La favoletta mostra che non bisogna essere negligenti per non affliggersi ed essere in pericolo.
sussurrato da: FIABA2006 alle ore 18:44

domenica, 02 settembre 2007
 Splinder (31/08/2007) Oggi è il BlogDay2007, la giornata che da qualche tempo a questa parte celebra la blogosfera e i legami, virtuali e reali, che riesce a creare. Per partecipare all'evento occorre segnalare ai propri lettori, con un post, 5 blog da andare a visitare. In questo modo, ognuno avrà la possibilità di conoscere nuove pagine, nuovi autori e, perchè no, intessere nuovi Leggi ancora...
Pure le fiabe partecipano al blogday2007,e...con un copo di bacchetta magica..ecco i miei 5 blog che la bacchetta...ha toccato :
http://tumbergia.splinder.com/
http://tamango.splinder.com/
http://teatroinstabile.splinder.com/
http://eufemiag.splinder.com/
http://elioscarciglia.splinder.com/
sussurrato da: FIABA2006 alle ore 14:19

sabato, 04 agosto 2007

C'erano una volta un re e una regina che non avevano
bambini. Un giorno un grillo parlante disse alla regina
che presto avrebbe avuto un bambino. E ciò accadde.
Il re era così contento della nascita della bimba
che organizzò una festa in suo onore. Invitò le fate
che vivevano nel regno. Ma poiché al castello c'erano
solo 12 piatti d'oro, una delle 13 fate dovette
rinunciare al banchetto. Ciascuna fata portò un dono
alla piccola. Ciascuna offrì qualcosa di grande.
All'improvviso apparve la tredicesima fata che non
era stata invitata. Gridò la sua rabbia dicendo:
"Quando la bimba avrà 15 anni si pungerà con una
spina e morirà. I genitori si spaventarono molto,
ma la dodicesima fata che non aveva ancora espresso
il suo dono disse: "La ragazza non morirà ma si
addormenterà per 100 anni". Il re ordinò che tutte
le spine del regno fossero distrutte. La principessa
crebbe e diventò un miracolo di bellezza All'età
di 15 anni, un giorno in cui si ritrovò sola
nell'immenso castello, arrivò ad una porta chiusa
a chiave che conduceva ad una vecchia torre. La sua
curiosità la spinse ad aprire la porta e, dopo una
lunga scalinata, entrò in una piccola stanza in cui
una vecchina filava la lana. La fanciulla provò a
filare. Ma si punse con un fuso e si addormentò. Nello
stesso istante il re e la regina cominciarono ad
addormentarsi. Ed anche i cavalli, i piccioni, i cani,
le farfalle. Un calmo silenzio avvolse il regno e
intorno al castello crebbe un rovo spinoso che lo coprì
tutto. Così fu per molti anni. Nel frattempo molti
principi, attratti dalla bella principessa addormentata,
avevano tentato di liberarla, ma erano stati punti dalle
spine ed erano morti. Poi un giorno un ignaro principe che
cavalcava dalle parti del rovo spinoso fu fermato da un
anziano signore che lo informò della bella principessa
che da a nnì giaceva addormentata nel castello. Gli
disse anche dei falliti tentativi degli altri principi di
liberarla e del pericolo di morte che avrebbe corso se
avesse tentato di attraversare il rovo spinoso dietro cui
si celava il castello. Il principe disse: "Non ho paura
della morte, entrerò nel castello e libererò la
principessa". Continuò a cavalcare e quando si avvicinò
al covo di spine, questo si trasformò in rami fioriti. Un
varco si aprì ed egli lo attraversò. Il principe entrò
nel castello e vide che tutti i suoi abitanti, compresi
i servi e gli animali, erano addormentati. Dopo un lungo
vagare nel castello finalmente giunse alla vecchia torre
dove la piccola Rosa stava dormendo. Il principe fu così
sorpreso della sua bellezza che si chinò a baciarla sulla
fronte. In quell'istante la fanciulla si svegliò e con
lei il re e la regina, e tutti i servi e gli animali.
Poi il principe e la piccola Rosa si sposarono e vissero
felici e contenti.
http://www.lamianuvola.it/nuova_pagina_14.htm
sussurrato da: FIABA2006 alle ore 20:31

mercoledì, 27 giugno 2007
Una volta tanto tempo fa una montagna malata di solitudine piangeva in silenzio. Tutti la guardavano stupiti: gli abeti, i faggi, le querce, le pervinche e i rododendri. Nessuna pianta però poteva farci niente, poiché era legata alla terra dalle radici. Così neppure un fiore sarebbe potuto sbocciare tra le sue rocce. Se ne accorsero anche le stelle, quando una notte le nuvole erano volate via per giocare a rimpiattino tra i rami dei pini più alti. Una di loro ebbe pietà di quel pianto senza speranza e scese guizzando dal cielo. Scivolò tra le rocce e i crepacci della montagna, finché si posò stancamente sull'orlo di un precipizio. Brrr!!! Che freddo faceva! ...Che pazza era stata a lasciare la quiete tranquilla del cielo! Il gelo l'avrebbe certamente uccisa. Ma la montagna corse ai ripari, grata per quella prova di amicizia data col cuore. Avvolse la stella con le sue mani di roccia in una morbida peluria bianca. Quindi la strinse, legandola a sé con radici tenaci. E quando l'alba spuntò, era nata la prima stella alpina...
Leggenda della Val D'Aosta
(from girotondo.com)
sussurrato da: FIABA2006 alle ore 19:10

|
|
|